Le lamentele (che) danneggiano il cervello

Di recente mi sono ritrovato in presenza di un argomento ricorrente negli articoli online: il fatto che ascoltare le lamentele faccia male al cervello.

A mio parere si sono divulgate alcune esagerazioni e per questo vorrei affrontare questo argomento sotto una chiave semplice ma più scientifica.

Vivere ogni giorno un’atmosfera negativa.

A casa, a lavoro, con gli amici, a chi non è capitato di stare vicino a una persona che non fa che lamentarsi tutti i giorni o che sembra non godere mai di una gioia? Una persona sempre insoddisfatta, infastidita, negativa, che non può fare a meno di lamentarsi del proprio lavoro o di parlar male di qualcuno?

Ad ascoltare le sue parole, questa persona sembra vivere una vita di sofferenze continue. Ma mettiamo da parte le sofferenze altrui per un attimo e concentriamoci su di noi che l’ascoltiamo e su un diverso aspetto: quello del “sentire le sue lamentele”.

In quanto esseri umani sentiamo le emozioni, non solo con le orecchie. Quando ascoltiamo qualcuno che si lamenta entriamo in empatia con le sue lamentele, tutte le volte. Ma cosa succede dentro noi stessi, al nostro cervello e al nostro corpo quando ci troviamo ad ascoltare di continuo le lamentele degli altri? Vorremmo non sentire, ma non riusciamo a impedirlo.

L’abilità (e il guaio) di mettersi nei panni degli altri.

È sera, siamo in una stazione solitaria, una persona è da sola e si guarda spesso attorno in modo vigile. Riusciamo facilmente a capire, o meglio a sentire, che questa persona ha paura, perché ritiene che la situazione potrebbe essere pericolosa. Sentiamo immediatamente le emozioni altrui grazie all’empatia.

L’empatia è la capacità di riuscire a sentire le emozioni, le intenzioni e le credenze di riferimento altrui. È uno strumento biologico formidabile per vivere nella società, l’empatia ci aiuta a prevedere i contesti e a prepararci ad agire di conseguenza. 

La chiave scientifica dell’empatia: i neuroni specchio. 

Anche se non volessimo sentire l’effetto delle lamentele su di noi, dunque, non possiamo evitarlo. Per capire il perché facciamo riferimento ai neuroni specchio, una classe di neuroni scoperti nell’università di Parma da sei ricercatori italiani fra gli anni ‘80 e ‘90 e che rappresentano il più importante contributo al meccanismo dell’empatia attualmente conosciuto. 

I neuroni specchio sono un piccolo gruppo di cellule nervose (neuroni) raggruppate in alcune aree del cervello adibite al movimento (l’area premotoria) e all’elaborazione degli input visivi (area 7 di Brodmann).

I neuroni specchio sono quindi legati alla vista e al movimento e grazie a loro riusciamo a empatizzare in modo semplice, naturale e immediato con ciò che osserviamo. Osservo un viso e sento un’emozione, proprio come fanno i bambini piccoli che non conoscono ancora il linguaggio verbale. 

Come fronteggiamo situazioni stressanti (anche se altrui).

Non è finita qui. L’ansia prima di una riunione importante, il sangue che va alle gambe, l’aumento della sudorazione, la tachicardia: sono tutti meccanismi automatici immediati e non direttamente controllabili che si attivano simultaneamente all’emozione. Infatti ogni emozione porta con sé reazioni fisiologiche con il preciso compito di prepararci alla situazione che stiamo vivendo.

Neurotrasmettitori e ormoni sono i principali responsabili che attivano queste reazioni fisiologiche. 

Quando ascoltiamo qualcuno che si lamenta succede la stessa cosa: “empatizziamo” con le lamentele e ci prepariamo fisiologicamente a rispondere alla situazione descritta, perché ci immedesimiamo nel problema come se fosse il nostro. 

Questo vuol dire, che il nostro corpo produce degli ormoni come se dovesse affrontare realmente quei problemi.

Nel caso specifico gli ormoni prodotti sono della classe dei glucocorticoidi il cui principale membro è il cortisolo, conosciuto come l’ormone dello stress proprio perché ci aiuta a sopportare situazioni stressanti (e funziona molto bene se pensate che i molti farmaci antiinfiammatori si basano su glucocorticoidi di sintesi). 

Una bella scorta di ormoni dello stress (perfettamente inutile). 

Cosa ne facciamo della produzione di cortisolo che accumuliamo nel nostro corpo senza un reale pericolo da affrontare? Niente.

Gli ormoni prodotti dal corpo per reagire all’empatizzata situazione di stress non trovano nessuno sfogo immediato.

C’è infatti una grossa differenza fra le situazioni stressanti su cui possiamo agire e quelle su cui non possiamo agire. Quando qualcuno si lamenta del proprio capo con noi, la nostra risposta fisiologica è prepararci a reagire, ma di fatto non possiamo fisicamente fare nulla. Il nostro corpo si è preparato dunque a un’azione che non avverrà mai. Per questo a fine serata sentiamo spesso il bisogno di dover “sfogare lo stress” o anche solo di rilassarci sebbene  la nostra giornata, in fondo, è stata buona.

Quello che crea dei danni, quindi, non è ascoltare le lamentele in sé (situazione stressante), ma l’accumulo di ormoni nel nostro corpo.

Evidenze scientifiche dei danni al cervello.

Le considerazioni sui danni al cervello arrivano da uno studio della Stanford University guidato da Robert Sapolsky, pubblicato nel 1996 e ripreso nel libro Perché alle zebre non viene l’ulcera. 

Lo studio rivelò che nel cervello dei ratti l’esposizione a glucocorticoidi fa diminuire le ramificazioni delle cellule cerebrali e che l’esposizione prolungata a questi ormoni le danneggia in modo irreversibile. 

Per studiare il fenomeno negli esseri umani, gli studiosi osservarono il cervello delle persone che hanno subìto periodi di stress lunghi e prolungati. Emerse che nel caso di importanti depressioni, l’ippocampo era più piccolo del 15% rispetto alla media, mentre nei soggetti affetti da sindrome post traumatica da stress era la parte sinistra dell’ippocampo a essere più piccola del 12%. 

Ma come mai proprio l’ippocampo? Forse perché particolarmente ricco di recettori dei glucocorticoidi? Per capire questa correlazione, lo studio prese in esame persone affette dalla sindrome di Cushing, una sindrome causata da un tumore il cui risultato è una sovrapproduzione di glucocorticoidi. L’esame riscontrò un’atrofia dell’ippocampo nelle aree ricche di questi ormoni.

Riassumendo i dati, quello che si può sostenere è che in una situazione di stress prolungato l’ippocampo potrebbe subire danni. In particolare alcune cellule neuronali ricche di recettori per i glucocorticoidi potrebbero restringersi (diminuzione delle ramificazioni dendritiche).

dal libro: “Why zebras don’t get ulcers?”

Ma ascoltare le lamentele può essere paragonato alle prolungate situazioni di stress oggetto dello studio? Su questo io non ho ancora trovato evidenze certe.

È vero che Sapolsky ha evidenziato come l’esposizione ai glucocorticoidi produca nel breve termine un restringimento delle cellule cerebrali, ma al contempo questo cambiamento non è permanente.

Fortunatamente le cellule nervose sono plastiche e, cessata l’esposizione ai glucocorticoidi, tornano alla loro forma originaria. Il cambiamento diventa invece permanente solo in situazioni prolungate. 

Se a lamentarsi è la persona con cui passiamo la maggior parte del tempo, come un partner, o uno dei nostri migliori amici, prendiamo dei provvedimenti, ma se è il nostro vicino di casa che incontriamo in ascensore una volta ogni dieci giorni, non è certo un rischio per i nostri neuroni. 

Conclusione e consigli

In conclusione, le lamentele altrui possono essere un accumulatore di stress, nondimeno, occorre anche chiedersi se siamo noi per primi a lamentarci di continuo o se peggio ancora viviamo in prima persona situazioni stressanti che non riusciamo ad affrontare.

In tutti i casi è necessario agire per cambiare la situazione.

Tornando all’ascolto delle lamentele ho letto in rete vari suggerimenti, mi sono trovato d’accordo con alcuni e meno con altri. Mi esprimerò su entrambi per completezza e trasparenza. 

(Non) evitare la persona che si lamenta.

Allontanarsi da una persona perché si lamenta? Devono essere altri i motivi per allontanarsi da qualcuno. Trovo questo consiglio alquanto superficiale e inefficace. Primo perché nella maggior parte dei casi questa opzione non è praticabile con leggerezza, secondo perché se una persona a cui teniamo si lamenta di una situazione, forse è il caso di darle una mano.

Evitare l’amico o l’amica che si lamenta non sarà utile né a lui né a noi, questa persona, infatti, cercherà la nostra attenzione con ancora più intensità e, in assenza di spiegazioni, si creeranno ulteriori incomprensioni. Certo il risultato finale sarà che non ascolteremo più le sue lamentele, ma avremo anche una amicizia in meno. 

Detto questo, non possiamo farci carico dei problemi altrui, e tanto meno possiamo risolverli. L’unico modo in cui possiamo davvero aiutare il nostro amico o amica che si lamenta è indurlo/la a cambiare modi di pensare.

Inutile dire “dovresti fare così e colì”. I buoni consigli servono a ben poco con le persone focalizzate sui loro problemi, il vero aiuto è riuscire a farle focalizzare sulla ricerca di soluzioni, non il fornirgli soluzioni impacchettate. 

(Non occorre) pensare ad altro.

Pensare ad altro mentre qualcuno di parla per distrarsi non mi sembra altrettanto una buona idea. Anche in questo caso otterremmo un’insistenza maggiore, e in aggiunta un senso di colpa per non aver prestato orecchio. Inoltre, mentre gli occhi li possiamo chiudere, le orecchie non le possiamo certo tappare, anche distraendoci sentiremmo comunque le lamentele. 

Come aiutare a cambiare prospettiva

Inutile dire a qualcuno di smettere di lamentarsi, primo perché spesso non ne è consapevole e potremmo sentirci rispondere “ma non mi sto lamentando!” Secondo perché lamentarci è un diritto che vorremmo esercitare anche se ci accadesse qualcosa di importante. 

La lamentela è sana, ma dev’essere una fase, una fase alla quale segue la ricerca di una soluzione. 

Il mio consiglio è quindi di aiutare la persona a cambiare prospettiva. Come? Tramuto questo consiglio in tre frasi per tre situazioni crescenti di difficoltà. Non sono frasi magiche, ma possono aiutare a ottenere un cambiamento. Ricordiamoci che lamentarsi spesso non è una scelta, ma un’abitudine

Queste le frasi che suggerisco:

  1. Ok, i primi 10 minuti di lamentele sono passati, adesso raccontami qualcosa di positivo!” Con questa formulazione fai notare alla persona che sono passati già diversi minuti nei quali si è lamentata, li hai ascoltati senza giudicare e adesso chiedi in modo esplicito di fare lo sforzo di pensare a qualcosa di positivo.
  2. Caspita, posso solo immaginare come ti senti. Come vorresti sentirti invece? Secondo te cosa possiamo fare affinché tu ti senta […]?” Con questa formulazione cerchiamo di rivolgere l’attenzione su come si sente la persona, spostandola da quello che è successo. Possiamo infatti quasi sempre fare qualcosa per sentirci meglio, mentre raramente possiamo cambiare gli avvenimenti. A volte anche solo un gelato o una birra possono migliorare una situazione non modificabile nei fatti.
  3. Purtroppo alcune cose non possono essere cambiate. Possiamo solo scegliere come affrontarle. Tu come le vorresti affrontare? Che aiuto vorresti?” Con questa formulazione riportiamo l’attenzione su qualcosa che possiamo controllare: il nostro approccio. Inoltre chiediamo esplicitamente che tipo di aiuto si desidera, forzando così il pensiero a cercare possibili conforti.

Cosa puoi fare tu

Come anticipato, queste non sono frasi magiche, ma possono aiutare. Se sei vicino a una persona che si lamenta di continuo prova queste frasi, aiutala a cambiare approccio: è l’aiuto più grande che le puoi dare. 

Se invece sei proprio tu che stai vivendo una situazione stressante per la quale non riesci a cambiare atteggiamento, ricordati che non possiamo scegliere di non sentire le emozioni, ma possiamo scegliere come agire in seguito alle emozioni che proviamo. Per questo motivo la cosa migliore che possiamo fare è lavorare su noi stessi

Spero di esserti stato d’aiuto o averti dato qualche informazione in più in questo articolo.

Mi fa piacere leggere pensieri, opinioni e storie diverse, se ti va scrivimi, questa è la mia e-mail: info@ivobianconi.com

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